LA SCRIVANIA
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C’è una scrivania che mi porto appresso da molti anni.
Di trasloco in trasloco la smonto e la rimonto. Qualche volta è rimasta in cantina, con i suoi cassetti accatastati su uno scaffale.
L’avevo ricevuta in regalo molti anni fa, recuperata da un vecchio ufficio. Era vecchia, con il piano tutto rovinato. In Italia l’avevo fatta restaurare da un amico.
Ora sono passati molti anni da quel restauro; non ha nessun valore, ma la adoro. Ha dei cassetti ampi e profondi, dove tutto sparisce.
Ha avuto molte vite. È stata un banco di lavoro quando facevo il liutaio, poi la scrivania del mio ufficio nella vecchia agenzia formativa. Lì sopra ho costruito strumenti, firmato contratti, creato siti web, studiato. Ma soprattutto l’ho usata per scrivere.
Ora sta infilata in un angolo del mio piccolo ufficio casalingo. La uso ancora per lavorare. Non si merita questo spazio ristretto, ma è una cara amica, e gli amici veri, si sa, non chiedono troppa attenzione.
Nel secondo cassetto a sinistra ci sono tutte le mie penne stilografiche. Le uso ancora, soprattutto quando scrivo cose intime, cose che non leggerete mai. E lei, con i suoi quasi cento anni, è perfetta per questo scopo.
Quando ci appoggio sopra il computer mi sembra quasi di offenderla. Sarebbe meglio una vecchia Olivetti, di quelle con il nastro che ti macchia le dita quando cerchi di disincastrarlo dal carrello. O meglio ancora un calamaio e uno di quegli asciugainchiostro a bilico — credo si chiamino così — che si facevano dondolare sulla carta per tamponare il liquido nero.
Ne ho ancora uno in quel cassetto profondo. Era di mio padre. Ma con gli inchiostri di oggi non ce n’è quasi mai bisogno.
Da qualche tempo riesco, non so come, a ritagliarmi dei momenti solo miei. Resto da solo, seduto alla scrivania, e scrivo. Non so se scrivo bene o male. Scrivo e basta.
Scrivo perché mi piace vedere le pagine riempirsi di parole.
Scrivo perché mi piace scoprire cosa penso.
Scrivo perché desidero vivere avventure che non potrò mai avere.
Scrivo perché sono stato per troppo tempo nascosto e ho voglia di scoprirmi.
Essere pubblicati, al giorno d’oggi, è cosa assai difficile. Siamo davvero in tanti a scrivere. E tutti abbiamo diritto di farlo.
Essere letti, però, è un’altra cosa.
Non so se qualcuno leggerà queste pagine. Ma so che avevano bisogno di uscire dal cassetto.